martedì 13 luglio 2010

Domenikon


Ogni tanto alcune pagine di storia spariscono dai libri, oppure arbitrariamente si ritiene che non abbiano dignità per entrarvi. Per puro caso, qualche anno fa mi sono imbattuto in una di queste pagine ancora non scritte, vedendomi un bel documentario passato su History Channel. Poi ho anche scoperto che lo stesso documentario è stato ignorato dalla televisione pubblica, troppo occupata a copiare quella commerciale.

Il documentario si intitola "La guerra sporca di Mussolini". La parte storica è curata da Lidia Santarelli, docente di storia alla New York University e a tempo perso mia compagna di classe al liceo, con cui occasionalmente facevo i compiti, in compagnia della sua gatta Palmira (sic).

Oltre che nel documentario, un racconto molto dettagliato delle atrocità compiute dalle truppe italiane in Grecia è riportato in questo articolo uscito tempo fa su L'Espresso. Non è facile trovare documentazione estesa su questa fase della nostra storia. Chissà, magari perchè collide con il filone "italiani brava gente", "stessa faccia, stessa razza". Vai a capire.
Ma i fatti sono quelli, non c'è troppo da dire. Nel febbraio 1943, per rappresaglia contro un attentato dei partigiani greci che procurò nove vittime fra i militari italiani vennero passati per le armi tutti gli uomini di Domenikon, paesino della Tessaglia.

E in certi casi ti scopri uomo a quattordici anni.

Centocinquanta vittime. Fucilati e buttati in una fossa nello spazio di una notte. E Domenikon fu solo l'inizio. Gli stessi tedeschi fecero le loro rimostranze al comando italiano per la indiscriminata crudeltà usata verso le popolazioni. Si stima che l'amministrazione italiana sottrasse risorse in quantità tali da indurre impoverimenti e carestie. Il conto delle vittime si aggirerebbe intorno alle cinquantamila unità, distribuite nell'intero periodo. Le reni da spezzare.
Resta chiaro che comportamenti come questi sono un insulto per tutti quei combattenti italiani che, prescindendo dall'ideologia del regime fascista, hanno dimostrato di possedere una umanità verso i prigionieri. In parole semplici, verso quegli italiani che hanno dimostrato di essere uomini.
Ma è successo anche questo. E mi fa piacere che ci sia qualcuno che abbia faticato in termini di ricerca delle fonti, ricostruzione storiografica e documentazione semplicemente per dare memoria a queste persone, che non potranno più avere giustizia. E mi fa ancora più piacere il fatto che la storica che ha compiuto questo eccellente lavoro sia stata una mia (simpaticissima) compagna di classe :)

martedì 6 luglio 2010

La forza dell'onestà

11 luglio 1979. In un agguato notturno sotto la sua abitazione viene ucciso a Milano l'avvocato Giorgio Ambrosoli.

Ambrosoli era stato nominato nel 1974 commissario liquidatore unico della Banca Privata Italiana. I vertici della Banca d'Italia affidarono a lui e solo a lui il mandato di gestire l'iter fallimentare delle attività (oggi si direbbe galassia) di Michele Sindona.

Il duello si dimostrò impari, da subito. Ambrosoli non si capacitava di dover parare i colpi delle parti che pensava di dover avere come alleate. Da subito ebbe contro un mix di settori di politica e mondo finanziario che non potevano permettersi di rendere palesi certe partnership. Il quadro torna chiarissimo elencando i principali alleati di Sindona. Andreotti, che si riferiva a Sindona chiamandolo "il salvatore della lira", Gelli, le alte sfere vaticane (incluso Paolo VI).

Forse quando nel 1974 i vertici della Banca d'Italia scelsero lui per l'incarico pensavano semplicemente a mettersi a posto la coscienza. Ci abbiamo provato, ma il nodo è inestricabile e dobbiamo tenercelo così. Forse no.

Fatto sta che Giorgio Ambrosoli non si fermò davanti a nulla. Una storia di una persona onesta, figlio della Milano bene, col Corriere e il Sole 24 ore sotto braccio. Conservatore illuminato, cattolico, addirittura con simpatie monarchiche. Lavoratore inarrestabile, dalle otto del mattino fino a notte fonda, assistito dai funzionari della Guardia di Finanza, che nel tempo arrivarono ad allestirgli anche una scorta artigianale, poichè nessuno si preoccupava di quello che stava effettivamente facendo emergere col suo lavoro. O forse, al contrario, perchè lo avevano capito e se ne stavano preoccupando davvero.

Sindona strepitava, insultava, urlava al complotto comunista, vantava crediti presso il potere, la chiesa, la finanza. Mentre il suo castello di holding, di scatole cinesi e di partnership occulte cominciava ad essere smontato, mattone dopo mattone, dal lavoro di questo avvocaticchio, come lo definiva con disprezzo.

Alla fine, non essendo riuscito a fermarlo in nessun altro modo, Sindona mise al lavoro le sue entrature mafiose. E da quel momento Ambrosoli capì che anche Sindona non si sarebbe fermato. Le telefonate del Picciotto continuavano con regolarità, fino all'ultima, drammatica e inequivocabile sentenza di morte.

P. "Pronto avvocato".
A. "Buon giorno".
P. "L'altro giorno ha voluto fare il furbo? Ha fatto registrare la telefonata".
A. "Chi glielo ha detto?"
P. "Eh sono fatti miei chi me lo ha detto. Io la volevo salvare, ma da questo momento non la salvo più".
A. "Non mi salva più?"
P. "Non la salvo perché lei è degno di morire ammazzato come un cornuto. Lei è un cornuto e bastardo"".

Un killer pagato da Sindona uccise Giorgio Ambrosoli sotto casa, porgendogli le sue scuse prima di fare fuoco.

L'eredità di una figura come quella di Giorgio Ambrosoli è enorme, anche se intangibile. Nel tempo all'avvocato milanese vennero intitolate scuole, piazze, borse di studio, biblioteche. Lui lasciò alla moglie Annalori un bellissimo testamento spirituale, una lettera scritta quando ormai aveva capito di aver intrapreso una via senza ritorno.

E' una figura, un esempio da non dimenticare. Forse uno di quei casi in cui ha senso spendere la definizione di eroe. Giorgio Ambrosoli è un eroe. Non Vittorio Mangano.

venerdì 2 luglio 2010

Love is in the Air


All'età di 85 anni ci ha lasciato Don "Air" Coryell.

Ok, 85 anni, può starci.

Guardiamoci in faccia, noi che abbiamo cominciato a vedere la NFL con le telecronache di Bagatta, la domenica mattina alle dieci che ti davano il monday night precedente, preceduto dallo spottino del Four Roses.

Quanto dobbiamo a lui per la passione che abbiamo per quello sport?

Tantissimo, secondo me.

L'aggettivo che mi verrebbe per ricordarlo è "visionary".

Dal vocabolario:
1. (esp. of a person) thinking about or planning the future with imagination or wisdom : a visionary leader.
2. a person with original ideas about what the future will or could be like.

In un periodo in cui Steelers e Raiders ti facevano lanciare 130 yds a partita se ti andava di lusso perchè le regole sulla pass interference erano diverse, Coryell e i Chargers erano un mondo a parte. Runners "marginali", quali un James Brooks ancora non esploso e un Chuck Muncie incostante. Linea d'attacco poco più che onesta, solo con il vecchio Ed White sopra la norma. E il più grande e spettacolare aerial show dell'era pre-Marino.

Dan Fouts, che lanciava per più di 4000 yds e più di 30 TD. Tre ricevitori con più di 1000 yds a testa nella stessa stagione: il grandissimo Charlie Joiner, Wes Chandler, (John Jefferson poi andato a GB) e Kellen Winslow padre, "he reminds me of Superman", come disse Shula dopo un 41-38 ai playoffs in cui Winslow massacrò i Dolphins in lungo e in largo e bloccò anche il Field Goal decisivo.
E praticamente senza difesa, se togliamo Freddie Dean.

Quei Chargers non vincevano, ma nelle nostre testoline in evoluzione tutti noi avremmo voluto vedere l'attacco della nostra squadra mettere in piedi tutte le volte quello show, non mollare fino all'ultimo secondo, guidati da un unico credo: "No matter how much they score. We will score one more". Probabilmente il più bel football offensivo dei primi anni Ottanta. Pionieristico.
E quel signore a bordo campo, col cappellino con il fulmine in testa.
Grazie Coach.



giovedì 1 luglio 2010

Con la A maiuscola





Ieri l'altro ho passato una giornata da incorniciare con L. Di solito fatico ad usare l'espressione il mio migliore amico, perchè a volte in un periodo ho qualche amico più migliore del solito, perchè di norma non è facilissimo frequentarsi e per tanti altri motivi. Quindi nel tempo mi sono adattato ad avere un bel numero di amici che hanno la mia fiducia incondizionata su tutto, amici veri che avrò sempre cari. So che posso fidarmi di loro e loro di me.

Ma L è qualcosa di altro. E' la persona che, trovandomi nell'obbligo di spendere la locuzione "il mio migliore amico", riemerge senza dubbi anche da anni di silenzio e di lontananza. E' più di un fratello, e quando conosci una persona da quando hai undici anni si può capire.

Tre anni alle medie insieme, senza mai essere nemmeno compagni di classe, ma solo a far casino nelle partitelle a pallone dell'ora di ginnastica.

E poi il football.

Non è solo uno sport di squadra duro, a volte punitivo, ma coinvolgente. E' un modo di capire cosa vuol dire fidarsi degli altri e cosa fare per costruire la propria affidabilità. Sacrificarsi, impegnarsi, migliorare, faticare, lottare e ricominciare. Qualcosa che si avvicina ad un'etica.
Abbiamo giocato per anni insieme, nello stesso ruolo e non fatico ad ammettere che lui era meglio di me.

Nonostante scuole diverse, ci frequentavamo tantissimo e ho il privilegio di essere sempre stato accolto come una persona di casa anche dai suoi familiari. Lui è andato a vivere in Danimarca da molti anni, un paio di volte sono andato a trovarlo, ogni tanto veniva a Roma lui. Sempre con la sensazione di essersi sentiti la sera prima per telefono per pianificare la zingarata, con una sintonia nel modo di vedere le cose inalterata.

Poi, maledizione, ti perdi per un po' di tempo, perchè uno vive esclusivamente di Internet e l'altro no. E qualche tempo fa, benedetto Facebook, mi trovo una richiesta. E abbiamo ricominciato a sentirci in maniera plausibile, anche se comprensibilmente abbiamo molti arretrati.

La giornata insieme è stata bellissima, benedetta dal sole estivo, passata a giocare in spiaggia e in acqua, a ridere, a scherzare e a parlare di cose più serie. E a lanciare, ovviamente! E con la bellissima notizia che a breve sarà molto spesso a Roma. Vedere i nostri bambini giocare come se si conoscessero da sempre è un bel modo di spendere lo slogan "non ha prezzo".

Ci voleva, cavolo se ci voleva.

mercoledì 23 giugno 2010

Who needs enemies.../6

Aver avuto vicino qualcuno come Lui per tutto il periodo universitario mi cautela anche verso eventuali crisi creative. Basta un po' di sforzo, un minimo di restyiling. E senza bisogno di abbellire o modificare, il plot sta bene già così. Una benedizione, a suo modo.

Dunque.

Per buona sorte di chi si trovi sul suo cammino, va detto che Lui è astemio. A spiegarsi meglio: già da sobrio è così, figurarsi se per caso...

Bene. Lezioncina del quinto anno, sufficientemente specialistica, posata lì con leggiadria in un dopopranzo primaverile. Il prof era uno degli illustri anziani del corpo docente, e passava la sua scienza agli alunni mediante dei lucidi ormai storici, su cui basava tutte le sue spiegazioni declamate in un musicale accento napoletano con una erre moscia aristocratica. Un po' come parlava Enrico Montesano durante lo scherzo al figlio di Manzotin in Febbre da Cavallo (ecco il video. Merita!).
Per una volta, Lui si concede una birretta acquistata al negozio di alimentari interno della facoltà. Risky.

La lezione si svolge in un auletta non grandissima, poche file nemmeno piene di studenti. Finestre chiuse, luce spenta. Il prof inizia. Sarà per il tepore primaverile, sarà per la birretta, sarà per il buio in sala ma dopo qualche minuto si percepisce un rumore di fondo inequivocabile. Lui si era addormentato e stava russando placidamente durante la lezione. Il professore osserva bonariamente "Ragazzi, forse il collega nun ze sente buono. Spostiamoci nu poco di qua".
La lezione prosegue, ovviamente. Quando manca una decina di minuti, Lui si sveglia e riprende subito a seguire la spiegazione con l'aria "tutto sotto controllo" necessaria in questi casi.
Si termina, il prof inizia a riporre i lucidi nella sua ventiquattrore, mentre si avvicinano gli studenti che gli fanno le solite domande sulla lezione, sulle prossime prove d'esame e quant'altro.

Più per non sfigurare che per effettive necessità cognitive anche Lui si muove verso la cattedra.

E lì non c'è certezza sulle cause, fatto sta che Lui inciampa, comincia a cadere in avanti verso il professore e rovina praticamente sopra la valigetta con i lucidi, chiudendo in mezzo le mani del professore...

Va da sè che non riesco ad aggiungere altro :D




martedì 22 giugno 2010

Oil spills


Da circa due mesi un pozzo scavato nel golfo del Messico per i profitti di pochi sta devastando l'ambiente e la vita animale in modo drastico, pressochè irreversibile. Le prospettive sono terrificanti. In questo momento una quantità anche calcolabile di petrolio continua a zampillare inesorabile da una trivellazione fatta economizzando sui dispositivi di sicurezza e sui relativi controlli. Il gas naturale che fa da propellente a questa spaventosa bomboletta spray può durare tranquillamente fino a tutto il mese di agosto, e solo dopo alcune trivellazioni parallele potranno mitigarne la spinta, si dice. La capienza del serbatoio è tale che le fuoriuscite possono andare ancora avanti per un paio di anni. Questi i dati tangibili del problema e non sentiamoci troppo fuori perchè le correnti faranno i loro giri e c'è il rischio che tra qualche mese Portogallo e Inghilterra sperimentino la corrente del golfo nella nuova versione. E poi?

Penso agli esseri umani, prima di tutto.
A chi con quell'ambiente convive da generazioni, alla pesca, ai gamberi di fiume del Bubba di Forrest Gump, a chi ci fa le vacanze perchè per essere vicino casa is not that bad e perchè magari non può permettersi altro. Alle storie d'amore nate su una spiaggia che non vedrà nascerne altre per un bel po', perchè non si può fare una passeggiata con i piedi sul bagnasciuga, e anche accontentandosi della sabbia si cammina su una poltiglia bituminosa e puzzolente, con qualche cadavere di animale spiaggiato qua e là. A chi ha rivisto la luce a fatica dopo Katrina, per poi capire che quella luce era solo il prossimo treno che si avvicinava minaccioso.

Penso agli animali, alla vita della natura in quei posti. Catene alimentari stuprate per sempre per mancanza di prede e di predatori, piante che non possono più nutrirsi nello stesso modo. Intere razze ittiche a rischio di estinzione oggi per domani. Biodiversità cancellate d'imperio per avidità e sciatteria. E le immagini dei pesci morti, pennuti intrisi di petrolio, che li avvelena lentamente e irreversibilmente perchè non tutti hanno la forza di arrivare in un posto in cui qualcuno possa accudirli, lavare l'olio dalle piume, disinfettarli, nutrirli, riabituarli alla vita e liberarli di nuovo.

Penso all'impegno che sta profondendo Barack Obama, persona che stimo. Ci sta provando, ma temo che abbia impiegato più tempo del necessario a capire quale fosse la vera portata del disastro e a trasmetterla a chi ha intorno. E forse ha usato male il suo tempo nella fase in cui ogni ora era preziosa. Ci ha messo un po' troppo a scomodare il totem dell'Undici Settembre per far capire cosa stia succedendo.

Penso poi alla BP. Un senatore repubblicano ha avuto il suo quarto d'ora di celebrità esprimendo solidarietà poichè la compagnia è stata obbligata a stanziare fondi per risarcire le varie fattispecie di danno. Bene. Vogliamo parlare del danno non quantificabile causato dal pressappochismo e dalla manifesta incapacità di questi signori? Esiste un rimborso che soddisfi la fine della mia dignità di pescatore, la morte dei miei paesaggi, le malattie su grandi e bambini che verranno provocate dalle condizioni ambientali deteriorate? Per il volume di affari di una azienda come questa, quello stanziamento non è altro che un fastidioso incidente di percorso per il titolo in borsa, è l'iscrizione di una voce a bilancio, è un danno di immagine collaterale. Male che vada una lunga serie di transazioni giudiziarie tirando al ribasso, un ridimensionamento dell'organico al fine di avere una compagnia dimagrita di molti rami non profittevoli, una compagnia still competitive albeit smaller, come si usa dire. Nel medio termine c'è il rischio che ne guadagnino pure, non mi sentirei di escluderlo. Ma penso anche all'ottusità omicida che hanno dimostrato, al "risolviamo tutto e subito e senza ombra di dubbio", alle aggettivazioni inutilmente roboanti, al "top killer" che avrebbe dovuto limitare il problema ad un divieto di balneazione di pochi mesi, al rifiuto quasi seccato di chi, come Cameron e Kevin Costner, proponeva semplicemente di condividere una esperienza maturata in settori diversi in un momento in cui il tempo è critico perchè le cose sono messe veramente male.

E il loro ineffabile CEO dallo stipendio di giada, che sabato scorso era a regatare in qualche posto alla moda, e fra qualche anno sarà a riposo in qualche isoletta inaccessibile, magari mangiando gamberoni con Warren Anderson, il killer di Bhopal.

venerdì 18 giugno 2010

Who needs enemies.../5

Una delle mie preoccupazioni principali dopo la maturità classica era quella di ricrearmi un minimo di socialità goliardica, diciamo così. Magari mi serviva un nuovo compagno per la briscola. Gli studenti di Ingegneria dovevano essere per forza persone serie, ordinate, precise e inquadrate, almeno a mio avviso. Mai previsione fu più sbagliata.

La genia di personaggi che ho avuto modo di conoscere in quel periodo è stata veramente notevole. Un bel gruppo di amici con cui non è mai cessata la frequentazione, lavoro permettendo. Tante persone in gamba, che hanno fatto strada in Italia (che è più difficile) e fuori (serve solo un po' di coraggio). Gente curiosa, in qualche caso proprio strana.

E poi Lui.

Il Lui in questione è capace di trasformare ogni occasione accademica, sociale o ricreativa in un evento da tramandare ai posteri. In un racconto a cui nel tempo, inevitabilmente, si sovrapporranno revisioni, nuovi ricordi, leggende metropolitane, versioni apocrife. Ma la sola presenza di Lui trasforma una banale lezione in qualcosa per cui vale la pena dire "Io c'ero".

Era decisamente il fattore X del gruppo di persone con cui studiavo, frequentavo, prendevo i posti in aula. Persona intelligente, allegra anche se con qualche tratto rancoroso e con un senso del tempo comico da vero fuoriclasse, a volte.
Ma con un tenue problema... Sostanzialmente pensava a voce alta, sempre e comunque.
E con una passione viscerale: la Roma.
Unendo il tutto ne viene fuori il seguente episodio, che meriterebbe una sorta di lapide davanti all'aula 27 di San Pietro in Vincoli.

Una esercitazione di Calcolatori Elettronici è l'ultimo livello prima della punizione fisica, parliamo chiaro. L'esercitatore non è un campione di simpatia, programmare in linguaggio assemblativo sarà pure interessante per i primi due o tre esercizi ma poi c'è di meglio. Mettere una esercitazione dalle 17 alle 19 è coerente con il quadro. E per un caso, una esercitazione cadde (parliamo dei primissimi anni Novanta) in contemporanea con un Sampdoria-Roma di Coppa Italia.

Lui ha sempre lo stesso posto: in prima fila, il terzo da sinistra.
Lui segue l'esercitazione, perchè è studente diligente e coscienzioso.
Lui però ha l'auricolare guasto, e la Roma è la Roma.

Ergo, radiolina incastrata fra orecchio e spalla, copia quanto scritto alla lavagna più o meno emulando un fax, favorito in questo dal rumore che emetteva la radiolina che regalava a Lui e vicini il commento della partita.

L'esercitazione prosegue, la partita pure.

Ad un certo punto avviene l'imponderabile... "Attenzione, calcio di rigore per la Sampdoria!".
A modo suo Lui non la prende benissimo.
Bestemmione.
Cadono nell'ordine: radiolina, blocco appunti con effetto nevicata, che i fogli non erano attaccati agli anelli, una parure di matite colorate che vai a capire perchè...
Ovviamente tutta la zona limitrofa è in lacrime per le risate e nessuno si alza per farlo passare, cosicchè per raccogliere il tutto Lui deve scavalcare la fila e il prof si gira... "Che è che...".
Lui perentorio "Non è successo gnente, vada avanti".
Il prof quasi intimorito si rimette all'opera.
Lui raccoglie il tutto e si rimette in postazione, con la radio riposizionata strategicamente.

"Tutto è pronto per il calcio dal dischetto. Parte Vialli. PARA CERVONE!".

Lui scatta in piedi e davanti ai settanta-ottanta privilegiati in aula si esibisce in una magistrale esecuzione del gesto dell'ombrello, si gira verso il collega allibito, lo prende per le spalle e lo scuote urlacchiando "Gliel'ha paratoooooo!!!".

Si risiede, visibilmente soddisfatto, mentre nel resto dell'aula s'è verificato un effetto domino collettivo per le risate. Il prof, appena risentito..."Noto con piacere che ha risolto i suoi problemi, ora se mi fa proseguire...".
Non credo serva altro e poi scrivere mentre si ride non è facilissimo :)