martedì 17 agosto 2010

The art of quarterbacking - John Elway

Non è facile parlare di football senza parlare di football. Tautologico. Ma ci sono delle figure e delle storie così limpide che permettono di togliersi anche questi sfizi. Sì, forse è lo sport che più di ogni altro si nutre di cifre, macina statistiche, tendenze, grafi. E' molto scienza esatta. Ma fra tutti gli sport che ho seguito o che ho provato a fare, forse questo è il mio.

Nessuna pretesa di essere capito. Ma è veramente simile alla vita, per quanto perdoni poco o nulla. E ha un suo pathos, una sua mistica. Da qualche tempo la tv usa un raggio luminoso nei replay in campo lungo per segnare la traiettoria di un lancio fra quarterback e ricevitore. Essere stato almeno una volta ad una delle due estremità di quel raggio significa qualcosa.

Il football è sport di uomini, che devono capire che l'interesse personale si identifica con quello della squadra. Esiste una figura di riferimento che ha il suo fascino. Il Quarterback. Non si traduce. E' il generale in campo, è spesso l'icona della sua squadra. In un contesto dove non riesci a contare quanti giocatori hanno stipendi monstre, quando il quarterback parla gli altri stanno zitti e ascoltano. Se è un vero leader. Altrimenti... Beh, parliamone il prossimo anno. La leadership di un quarterback è fatta di intangibili. Tecnica e personalità, non ti serve il droide che spara un lancio di ottanta yards ma i compagni non lo stimano. Non vai da nessuna parte.

John Elway è stato il migliore della mia generazione. Il cuore dice Marino, i numeri dicono Montana.

No. Elway è la parabola perfetta. Arriva come predestinato, talmente predestinato da imporre di giocare con Denver e non con i derelitti Colts che lo avevano scelto. Ma evolve presto nella scomoda veste di perdente di lusso. Arriva al gran ballo e buca la serata, o restando comunque sulla sufficienza (contro i Giants), o partendo alla grande per venir poi semplicemente outplayed da una squadra più squadra (contro i Redskins). O venendo tout court annientato, annichilito (contro i 49ers). E il tempo passa. E' vero, se un quarterback resta integro è come il vino, gli anni lo migliorano. Impara dai suoi errori, non deve giocarsi il posto ogni volta, semmai si preoccupa della successione. Ma dentro c'è un motivo a non fermarsi, se non hai vinto nulla. Non contano i milioni, non contano le botte. Forse i primi mitigheranno gli effetti delle ultime.

Elway nel tempo sfoderava sempre degli heartbreakers che non potevi non amare, anche se li ha fatti in faccia alla tua squadra.
The Drive, la leggendaria serie nel fango e nella neve di Cleveland. Un altra serie memorabile contro gli Oilers di Warren Moon, con due situazioni di do it or die risolte come poteva solo lui: il braccio e le gambe. E la testa. E il cuore.

Ma mancava qualcosa. Elway era in una squadra che fidava troppo solo su di lui. Difesa passabile, ricevitori onesti, ma nessun corridore che permettesse di variare un po' il menu in attacco. Fino all'arrivo di Terrell Davis nel 1995. I Denver Broncos arrivarono finalmente ad avere anche la dimensione che mancava loro storicamente, ormai. E John Elway aveva qualcuno che gli toglieva un po' di carico dalle spalle. Qualche innesto in difesa, e Denver nel 1998 arriva finalmente in finale, forse ancora con la scimmia dell'ultimo massacro patito contro i 49ers di Montana. E la finale non si preannuncia facile, contro i reigning World Champions, i Green Bay Packers di Brett Favre, di Reggie White, di tanti altri fuoriclasse.

La partita è in equilibrio, le squadre si rispondono colpo su colpo. Ma Elway sui lanci sta andando così così. La difesa dei Packers è fortissima, e in quel momento Terrell Davis, che stava dominando la partita, è ancora non al massimo per l'emicrania.

Forse esiste nella vita di ogni giocatore e spero di ogni persona il secondo in cui hai la possibilità di mettere tutto te stesso per la cosa in cui credi. E l'unica arma che hai per farcela è te stesso. Elway soffriva quella partita, e l'assenza di Davis lo stava ributtando nei panni di One Man Show. Ancora una volta. E a 37 anni, e una immeritata nomea di perdente.


C'è da guadagnare qualche yard per continuare ad andare verso l'area di meta dei Packers. Tre punti sono meglio di nulla, ma non sono sette punti. Devono guadagnare sette o otto yards. Cautela con i lanci in mezzo. Eugene Robinson aveva già intercettato Elway poco prima, e perdere la palla sarebbe stato letale.

Elway arretra. Cerca un compagno libero che non c'è. Inizia a correre, e a 37 anni ha perso un po' il suo passo. Non può permettersi di divagare all'esterno e cercare "la luce", lo fermerebbero prima. Va in mezzo, a vita persa. Contro tre difensori dei Packers. Tre.

Le parole di Eugene Robinson, uno dei tre.
"Because in that split second you knew that he wanted it, and wanted it more than anybody else on the football field."

Una azione così cambia qualsiasi partita. Nessun giocatore mollerà più niente, vedendo un trentasettenne multimilionario che non ha troppo altro da dimostrare fare quella cosa.
I Broncos segnarono, presero punti, segnarono ancora e vinsero una delle più belle partite mai viste. E vinsero ancora l'anno dopo, coronando l'ultima partita di Elway con l'ultima vittoria in una finale.

Ho avuto la fortuna di vedere il casco indossato da Elway in quella partita, autenticato, con foto e firma, in vendita a Dallas in uno store di Field Of Dreams. Prezzo inavvicinabile. Giusto, in fondo. E' il prezzo di una emozione.

Grazie John :)

lunedì 16 agosto 2010

Piccolo commercio balneare

Per la cronica assenza di notizie degne di letture e approfondimenti nel periodo estivo (eccezion fatta per i problemi monegaschi dei notabili, could care less), in questi giorni di mare mi sono divertito a vedere l'evoluzione della microeconomia da spiaggia, magari ricavando qualche conferma a un po' idee personali. Tutto molto semplice, chiaro.

Dato uno: la cosiddetta utilità marginale: una bottiglia d'acqua nel supermercato di città costa x, nel mezzo del deserto costa 5x e non c'è meccanismo di domanda e offerta che tenga. La cosa è stata recepita dal grattacheccaro ambulante, che gira più e più volte la spiaggia col suo carrettino. Il delta fra una granita al bar dello stabilimento (devi andarci tu) e quella dell'ambulante (te la porta lui, devi solo essere a portata di fischietto) è di un rispettabile 50%.

Altro personaggio che ha ben chiara la nozione è il cosiddetto cappellaio matto, che gira la spiaggia indossando una pila di cappelli in testa e reggendo una fila di attaccapanni per mano. Se hai smarrito o dimenticato il cappello, se il sole in quel momento sta incocciando oltre misura, se poi magari sono i bimbi ad accusare il problema, ci si riconduce al discorso della bottiglia d'acqua nel deserto. Ma è simpatico vedere quando arriva, indossando in testa una colonna di panama che ti fa pensare ad una pila di libri di Garcia Marquez...

Le boutique su ruote... Nel tempo sono diventate veri e propri outlet mobili. Carrettini sempre meno ini, costumi, scamiciate, pareo, sventolanti e colorati, che attirano immancabilmente le signore. Qui non è un discorso di utilità marginali, è semplicemente un articolo che può interessare, che è "estivo", cioè semplice e colorato di suo, a un rapporto qualità-prezzo solitamente passabile. Ma davvero, mi sa che alla fine della giornata il tizio ha due bicipiti molto provati...

Le cineserie... Occhialini, mollettoni, fermacapelli, orologini, occhiali scamuffi, gadget vari. Più un rumore di fondo che altro.

Se devo muovere un appunto al tessuto microimprenditoriale da spiaggia... hanno maldestramente sottovalutato il bacino di clientela più giovane e esigente: i bambini. Il venditore di aquiloni faceva una figura notevolissima, sfoggiando un filo con una trentina di articoli perfettamente in favore di vento, una sorta di bellissimo gonfalone mobile. Ma l'articolo sta diventando fuori moda di suo, forse. Quello che invece dovrebbe meditare sul salto di qualità è l'ambulante che vende vari gonfiabili: ciambelle, braccioli, materassini, poltroncine, papere ed altro. Tutti articolini anonimi, un po' sempliciotti. Se portasse ciambelle e braccioli griffati con le infinite possibilità offerte da cinema e media andrebbe via la sera con le tasche gonfie, vista la sempre maggiore difficoltà con cui neghiamo qualcosa ai bambini, specialmente nella congiuntura in cui un capriccio in più ti compromette una giornata che vorresti distesa e allegra.

Il premio I like it di questi giorni però lo attirava un ragazzo intorno alla trentina, sempre vestito di tutto punto, con un piccolo carrellino che sulla parte anteriore portava tre o quattro cassette di pannocchie di mais e un paio di cassette di carbone e sul retro aveva un rugginoso vecchissimo barbecue acceso, che lui utilizzava per arrostire le pannocchie fino alla giusta doratura. Mi piaceva questa cosa che strideva un po' con gli altri business, tutti basati su una scelta più o meno lunga, su un po' di contrattazione e basta. Qui ti fa scegliere il pezzo, si prende tutto il tempo opportuno per la cottura e nel mentre tenta di imbastire una conversazione in una lingua diversa dalla tua. Faceva simpatia, spero che gli affari lo stiano premiando :)

venerdì 6 agosto 2010

Ninni Cassarà

Il commissario Antonino (Ninni) Cassarà venne ucciso il 6 agosto 1985, all'età di 37 anni. Sposato, padre di tre figli.

Insieme a lui cadde Roberto Antiochia, agente da poco trasferito a Roma ma che chiese di ritornare a Palermo per non lasciare il suo dirigente senza persone fidate, soprattutto dopo l'omicidio di Beppe Montana, avvenuto pochi giorni prima in un agguato a Porticello.

Ninni Cassarà era uno di quei poliziotti che interpretavano il loro lavoro nella maniera più vera e integrale possibile. Senza compromessi.

Cassarà era il braccio operativo del pool antimafia di Palermo. La sua carriera partì a Trapani, dove si inimicò l'alta borghesia locale che non gradiva essere disturbata nelle case da gioco clandestine.

Mandato a Palermo, riuscì a trarre profitto dalle informazioni di una rete di confidenti che era riuscito a costruire con l'aiuto di un altro bravissimo poliziotto, Calogero Zucchetto, anche lui caduto sotto il fuoco mafioso.
E' opportuno precisare che il modus operandi di Cassarà era del tutto legittimo. Le informazioni dei confidenti venivano vagliate scrupolosamente, si cercavano prima evidenze e riscontri, e poi si agiva. E uno dei confidenti di Cassarà, coperto dallo pseudonimo Prima Luce, era Salvatore "Totuccio" Contorno, uno dei pentiti che mise polizia e magistratura in condizione di assestare colpi durissimi all'organizzazione mafiosa.

Cassarà era quindi uno dei tanti "conti in sospeso" che Cosa Nostra aveva urgenza di sistemare in un periodo in cui l'onda di sangue della guerra di mafia non si faceva problemi a straripare anche contro le istituzioni, contro gli onesti che combattevano il versante nobile di quella guerra.
Il commissario vide cadere intorno a sè nomi importanti sotto il profilo istituzionale. Il prefetto dalla Chiesa, il giudice Chinnici. Vide cadere i suoi colleghi, Zucchetto e Montana. Sul fronte mafioso il fronte Greco-Corleonesi stava passando per le armi tutto lo schieramento avversario di Bontade e Badalamenti.

Gli effetti collaterali del periodo del terrore, però, non furono banali. Tommaso Buscetta, vistosi accerchiato e colpito negli affetti primi, decise di collaborare con Falcone e disegnò una mappa molto attendibile del potere mafioso sull'isola, dando un apporto imprescindibile sia per quanto riguarda le operazioni di polizia che per quanto riguarda la comprensione del fenomeno. Come disse Falcone "Buscetta ci permise di comunicare coi turchi senza esprimerci a segni".

L'iter che condusse all'omicidio di Cassarà era un tipico. Screditare, isolare. E poi uccidere, che è più facile e sembra quasi un doloroso dovere. L'omicidio del suo collaboratore Montana era una semplice necessità operativa di Cosa Nostra. Poliziotti troppo curiosi. Ma nei giorni seguenti una escalation di isteria e di errori portò all'uccisione in caserma di uno degli indiziati fondamentali, Salvatore Marino. Omicidio maldestramente mascherato, opinione pubblica giustamente contrariata, una manna dal cielo per chi cercava pretesti per isolare culturalmente chi lottava la mafia davvero.

Il 6 agosto Ninni Cassarà tornava a casa dopo giorni in cui non aveva mai lasciato la questura. Telefonata estemporanea alla moglie per avvertire, per un piatto di pasta. Non si sa se una fonte interna alla questura abbia avvisato dell'uscita del funzionario o se il commando, che aveva comunque modo per farlo, stesse sistematicamente presidiando il percorso. Fatto sta che l'autista dell'Alfetta fece scendere Cassarà e Antiochia esattamente davanti al portone del palazzo, a non più di tre o quattro metri dall'androne coperto, dalla sicurezza. Tre o quattro tiratori erano pronti e appostati sulle finestre delle scale del palazzo di fronte, e investirono i due poliziotti con una vera grandinata di colpi. Uno solo colpì Cassarà, tranciandogli l'aorta. La moglie vide e sentì tutto.

Ricordiamoci anche del sacrificio di queste persone, che hanno creduto fino in fondo alla battaglia che combattevano. Non è nemmeno più un discorso di risultati. E' il valore dell'esempio.

mercoledì 4 agosto 2010

Delfini!

L'interazione con gli animali è uno dei processi che nella vita di ognuno di noi, a vario titolo, non manca. L'animale domestico, qualche passaggio allo zoo in età infantile. Libri, documentari, favole. E' un processo che ci mette di fronte ad un modo di vedere le cose "primordiale". Gli animali sono diretti, onesti quanto i bit. Bisogni, pulsioni, affetti. Tutto così lineare.

Mi piace, non ho difficoltà relazionali. La sincerità dei cani, l'approccio sornione dei gatti, anche l'eterno stato di cuccioli dei conigli. Tutto carino, tutto con un po' di vissuto dietro che ricordo volentieri.

Ma i delfini!

Sembra quasi che il rapporto sia capovolto. Magari sarà per la grandezza e la forza che hanno. Danno quasi l'impressione di essere loro a guidare il gioco, con l'aria beata ed irridente che mostrano. Vuoi che ti porto a spasso in acqua? Accontentato. La camminata sulle pinne? Avanti o a retromarcia? Il salto fuori acqua da fermo? Due metri con un colpo di coda. Continuiamo? E li vedo sorridere, interagire, capire. Comunicare.

Ho avuto la possibilità di far vedere ai miei bimbi uno spettacolo di delfini dal vivo, e durante il mio viaggio di nozze passai un'ora e mezzo stupenda a fare il bagno coi delfini a Xelha, in Messico. In un parco protetto, in acqua con loro, con gli istruttori (invidia!!!) che dalla riva del laghetto ci raccontavano vere e proprie "storie di vita" di questi mammiferi, in modo interattivo. I delfini che facevano appunto i loro numeri passando in mezzo a noi, umile turistame di terra.
Il momento delle foto... si mettono in posa affianco a te mettendoti la pinna dietro le spalle, ti baciano sul viso, si fanno abbracciare, dando proprio l'idea che stai abbracciando un'altra persona, non un pesce squamoso.
No, non si può raccontare tutto. Bisogna farlo. Ogni tanto mi riguardo la foto in cui sono ritratto "mano nelle pinne" con il delfino, la faccia felice.

Considerazione laterale. Tutte o quasi le occasioni che abbiamo per vedere dal vivo i delfini o interagire con loro implicano il fatto che si tratta di animali comunque privati della loro libertà. Un po' bisogna pensarci. Bisogna capire, verificare come stanno questi animali. E' bello vedere l'intimità del contatto che si crea con l'addestratore. Ma sempre di animali in cattività si tratta. In mare aperto non sono avvicinabili con le buone (provate ad inseguire un pesce a nuoto) e potrebbero non essere sempre disponibili (stiamo parlando di animali grossi).

Restano comunque i protagonisti di uno degli spettacoli più belli che la vita in mare può regalarci.

Let's go Phins! ;)

venerdì 30 luglio 2010

Perle coatte

A volte mi rendo conto che mediamente ho una socialità un po' troppo vincolata a certi standard de facto. Casa, auto, ufficio, auto, casa. Frequentazioni ben definite, posti dove look e lessico rientrano in schemi di un certo tipo, poco contatto col nuovo che avanza. Per contrappunto, quasi come una boccata di ossigeno, racconto due siparietti cui ho assistito durante qualche giorno di vacanza.



1. Location: stazioncina sulla linea ferroviaria Roma-Nettuno, tardo pomeriggio. Sulla banchina coppietta di ragazzi sulla ventina o poco più. Tutto sommato lei attira l'attenzione. Bellina, magari un po' troppo ostentata, che parla col ragazzo sfoderando un inglese decisamente ben padroneggiato, diciamo tra il fluent e lo smooth. Non mi meraviglia troppo in quelle zone la presenza di anglofoni. Nettuno ospita il cimitero americano, periodicamente visitato dai presidenti di turno. In Italia Nettuno è una delle culle del baseball, il national pastime americano. Ad Anzio c'è il cimitero inglese, dove riposa anche il padre di Roger Waters dei Pink Floyd, si dice.

Insomma, non è la prima volta che sento parlare inglese da quelle parti. Dopo qualche minuto di attesa squilla il telefono della fanciullina... "Sì. Dimme. Che vòi? No, guarda, nun se ne sta manco a parlà, poi stasera me tocca da cenà da mi zia. Che vole Giulia? Noooooo, se lo pò scordà. Se la senti dije che dopo quer pezzo che m'ha fatto la cancello da la tèra, sta stronza! "

Mentre lasciavo la tipa alla sua privacy, anche se non faceva sforzi evidenti per nasconderla, mi sono concesso una riflessione quasi autoaccusatoria, dandomi dell'esterofilo fino ai limiti del razzista. Ma come: la bellona bionda anglofona va bene sia per la vista che per l'udito ma non appena switcha la derubrichiamo a coatta? Mauro, questo non ti fa onore!

Il tutto fino alla chiosa finale: "Vabbè. Mo te devo salutà, perchè sto a soffrì troppo co sto tacco da dodici, nun me poi capì".

Ok: coatta.


2. Pomeriggio inoltrato, bar di stabilimento balneare con tavolini dove sto mangiando il gelato con i bimbi. Al tavolo a fianco gruppo di giovinotti intenti in un Texas Hold'em con qualche bottigliozza di birra nei pressi che serve sempre a oliare il cervello prima di un fold o di un all in particolarmente critici.

Se non fosse stato per una qualità e quantità di incisi non propriamente adatti al lessico dei piccoli, sarei rimasto lì anche offrendogli io una birra, viste le punte quasi liriche a cui arrivavano.

"E' chiaro che te purga, te c'hai du capitani, lui parte de American Airlines e te fa male. Tutto sommato però annavo a vedè pure io."

Calma e gesso.

I du capitani indicano una coppia di 10. Il che fa anche capire che i ragazzi tifano Roma, meglio così :). Ma non è ancora nulla.

L'American Airlines (vedere il logo) è la coppia d'assi, mano di partenza che è il sogno proibito di ogni giocatore. Siamo saliti di tono, ma il top sta per arrivare.

Un paio di mani dopo, allo showdown uno dei giocatori se ne esce con "Nun ve dico gnente regà, so' partito dar benzinaro e v'ho chiuso sta scala a 'ncastro. Bella pe' me!". Che intendeva? Ormai avevo quasi trovato la chiave per decifrarli... Aveva un Q e un 8! Chapeau!

Degno omaggio alla battuta di Finocchiaro in Compagni di scuola "Famo er pokerino, famo er pokerino, poi co tre ganci te cachi sotto!!!".

Altro che le due di Ostia, proprio un altro pianeta, youtube it or not!


giovedì 29 luglio 2010

L'assassino


Jack Tatum (aka The Assassin) è una delle figure più difficili da digerire per chi ha una idea del football come la mia, realistica ma con una tendenza all'idealizzazione a volte un po' infantile. Uno sport duro, violento, ma con fior di professionisti, giocatori per bene, gente inserita nella comunità, bei gesti di fair play in campo, magari offrire la mano per rialzarsi all'avversario appena placcato.

No.

Jack Tatum era veramente un bastardo. Uno sporco.


Non ho mai visto nessun safety colpire con quella cattiveria. Ronnie Lott? Vicino, ma non così. Roy Williams? Gioca in guanti bianchi. Troy Polamalu? Poco più che coreografico. Intendiamoci. Sono tutti fior di colpitori, tutta gente che ti fa pagare ogni yard che cerchi di conquistare nelle loro vicinanze. Ma Tatum era la definizione di vicious tackler. Tatum ti doveva intimidire, e in molti casi si fatica a dire che non mirasse esplicitamente a far male. Troppa durezza ingiustificata, troppa guerra fra lui e il mondo, troppi colpi portati deliberatamente in ritardo e su avversari senza difese. E questo atteggiamento per me è squalificante e arriva anche ad oscurare la notevole levatura tecnica del giocatore.

Tatum aveva molti pregi. Tenicamente era eccellente. Non velocissimo, ma con una intelligenza e una capacità di lettura che gli permetteva di essere sempre nel posto giusto al momento giusto. Era l'ancora di una secondaria da leggenda, dove giocavano talenti quali Willie Brown e George Atkinson. Tatum era una delle icone dei Raiders di John Madden, una delle squadre che scrisse la storia della NFL negli anni Settanta, con lo stile (pride and poise) e con le vittorie.

Tutti i suoi compagni di squadra erano concordi su un dato. Quando ti colpiva lui c'era un rumore diverso. Ogni passaggio, ogni corsa nella sua area di pattugliamento esigevano un tributo.

Due highlights possono aiutare a capire il personaggio in campo.

Il colpo su Sammy White durante il Superbowl vinto contro i Minnesota Vikings (foto in alto). Tatum e il pallone arrivano insieme, la botta è tale da far volare il casco di White, uno dei migliori ricevitori di quel campionato. E il messaggio arriva a destinazione, da quel momento White non transiterà più da quelle parti, e di fatto non influirà sulla partita.

Il colpo su Darryl Stingley. Atroce. Immotivato. In una partita di preseason, poco più che un allenamento con le protezioni addosso. Stingley salta per ricevere un lancio un po' overthrown di Steve Grogan, non ci arriva, non ha la palla, non ha nulla. E' un corpo in caduta e basta. Tatum non rinuncia a portare il colpo, la sua spalla contro la testa di Stingley. Due vertebre. Una vita spezzata, subito tutti i giocatori intorno che si rendono conto di quanto accaduto. Stingley visse fino al 2003 su una sedia a rotelle, e la sua morte comunque precoce venne associata al trauma spinale subito.

Quel fantasma non mollò mai Jack Tatum, probabilmente. Era chiaro che quel colpo era sporco, gratuito. Darryl Stingley disse di averci messo un po' di tempo a perdonarlo, ma di averlo fatto convintamente. Fatto sta che tutti i Raiders andarono subito a visitarlo in ospedale, e in una vecchia intervista a Sports Illustrated Stingley racconta di un problema al suo respiratore mentre era presente John Madden, che si mise ad urlare e a sbracciare come da personaggio per chiamare gli infermieri. In sostanza gli salvò la vita. "Si dice" che Tatum si sia presentato la sera stessa, ma che essendo in rianimazione e in pericolo di vita fossero ammessi solo i familiari. Ma siamo sul "si dice".

Fuori dal campo cercò la sua via alla normalità dopo una vita che non è mai stata facile. Una fondazione per i giovani malati di diabete, malattia che lo ha portato via per alcune complicazioni pochi giorni fa.

Non l'ho condiviso nè apprezzato. Per me c'è una linea che lui ha oltrepassato troppe volte.

Respect. Sperando che abbia trovato un equilibrio e una pace interna nella parte di vita dopo lo sport.

Un buon articolo su Sports Illustrated.

R.I.P., Assassin.


mercoledì 28 luglio 2010

Il Vajont di Paolini

La strage del Vajont a tutt'oggi rimane uno dei capitoli più silenziati della storia d'Italia. L'uso della parola strage ovviamente denota un giudizio personale ben orientato. Disastro? Sciagura? No. Il Vajont fu una strage, voluta in nome e per conto di interessi economici ben identificati nelle sedi processuali che hanno individuato colpevoli aventi volti, nomi e cognomi.

Chi fra questi aveva ancora in sè qualche caratteristica che lo avvicina alla definizione di uomo non resse e si tolse la vita. Ma qualcun altro, responsabile in massimo grado delle decisioni finali, non ebbe problemi a rendersi irreperibile subito dopo la sentenza.
Non posso nemmeno usare la formula "la storia è nota", per andare diretto alle osservazioni personali che qualcuno può avere l'interesse o la pazienza di leggere. No, la storia del Vajont non è nota. E' avvenuta in un tempo lontano, volendo. Nel 1963. Non è un evento di una telegenia tale da giustificare commemorazioni, speciali approfondimenti. Oggi va di moda il polpo Paul, simpatica e innocente icona del nulla. Il Vajont non fa audience. Storia vecchia, se ha mai valicato il confine fra cronaca e storia.


Un dato solo dovrebbe far riflettere. Crudo, contabile. Millenovecentodieci vittime accertate. Nessuna difficoltà a tirare su il conto verso le duemila unità. Il tutto per un manufatto che non doveva essere costruito, in nessun mondo possibile.

Nel tempo rimasi stupito dal silenzio ufficiale. Di solito mi interessa documentarmi sulla storia del mio paese. Fino al 1997, anno della trasmissione televisiva del bellissimo monologo di Marco Paolini, sapevo che era crollata una diga e c'erano stati tanti morti. Vai a capire. Sfiga, madre natura, fatalità.

Paolini raccontò tutta la storia della diga. La costruzione. Quello che succedeva agli abitanti di Erto e Casso: gli espropri, i soprusi, gli accordi sottobanco, le pressioni del potere. E quello che succedeva dal lato della SADE, dei vincitori predestinati. Connivenze politiche, affossamento delle perizie contrarie, sovrapposizioni fra controllori e controllati, collaudi pro forma, fastidio verso ogni minima misura di sicurezza. E con molta disciplina nella narrazione fa emergere anche figure di persone che si comportarono con dignità e onestà. Il presidente della provincia di Belluno, Alessandro da Borso, che voleva un minimo di chiarezza ed ottenne solo silenzi. Il figlio del progettista della diga, il geologo Edoardo Semenza, che venne erroneamente investito del ruolo di utile idiota quando gli venne richiesta una perizia sui fianchi della montagna che tutti si aspettavano morbida, plaudente e che invece affermò chiaramente l'irrealizzabilità del progetto. Suicida alla fine della vicenda processuale. Tina Merlin, cronista di provincia dell'Unità, unica voce costantemente vicino ai deboli, unica voce a urlare in anticipo il pericolo. Forse l'unica che avrebbe avuto titolo per parlare anche dopo. Affidò i suoi articoli ad un libello, "Sulla pelle viva", da cui trasse spunto Paolini per il suo monologo.

Un'opera vera, vissuta e sentita. Per rendere più fruibile il tutto, il primo tempo scorre via leggero, vengono raccontati i luoghi, le premesse, le storie, viene apparecchiato molto bene il contesto per la narrazione vera, per i fatti susseguenti all'attivazione della diga. Tutto documentato in maniera vincolata alla resa televisiva, ma anche completa per la narrazione dei fatti e per gli spunti di approfondimento, con qualche legittima concessione ad un minimo di retorica, se retorico può definirsi un omaggio a chi lì ha perso tutto. Lavoro, affetti, dignità, radici. Vita.
Guardatelo, se avete tempo. Soldi spesi bene per un dvd, altrimenti "a rate" in rete.

E con i complimenti a Marco Paolini, che poi si è cimentato nella narrazione di altre storie viste dal lato dei vinti, come Ustica e Bhopal.